sabato, 28 giugno 2008

L'ultima sponda e il paradosso calvinista

di Francesco Natale - 27 giugno 2008

L'Italia è senza dubbio un paese che vanta una tradizione giuridica di tutto rispetto: dalla legge delle Dodici Tavole, passando alla costituzione delle Quaestiones, primi tribunali penali della storia europea, per arrivare al Corpus Iuris Civilis giustinianeo introdotto nel 538 d.C., fino alla fondazione della rinomata facoltà di Scienze giuridiche a Bologna, nell'XII secolo. Un processo storico lungo, complesso, affascinante e, soprattutto, realmente ed efficacemente laico nel suo svilupparsi, ovvero teso a separare in maniera progressivamente sempre più netta la morale privata dal diritto penale e civile. Certo, oggi l'Italia è afflitta da un corpus legislativo pletorico, spesso contraddittorio, confuso e inconoscibile nella sua interezza per molti operatori del settore, figuriamoci per i comuni cittadini: per questo una massiva deregulation è non solo auspicabile, ma addirittura imprescindibile.

Ma, grazie a Dio, l'Italia non ha mai conosciuto la regressione giuridica che ha contraddistinto per un certo periodo i paesi in cui dilagò l'eresia calvinista, paesi nei quali - basti pensare agli eccessi del puritanesimo statunitense - morale privata e diritto penale ritornarono a coincidere, con le conseguenze che tutti conosciamo: caccia alle streghe, roghi, tortura. Roba da fare impallidire il Vecchio Testamento, paragonabile allo «Stato di diritto» (si fa per dire...) iraniano. Oggi esiste in Italia una corrente trasversale alla sinistra, che parte dagli ex-rifondaroli ancora ustionati dal macello elettorale, incrocia le frange più ipocritamente perbeniste del Pd e ha la sua punta di diamante nella cosiddetta «Italia» dei cosiddetti «Valori», corrente di cui fanno parte gli stessi soggetti che strepitano ogni volta che il cardinale Bagnasco apre bocca, che vedono lo spettro dell'ingerenza vaticana dietro ogni angolo, che considerano la religione come fatto «assolutamente privato», tanto da criticare pesantemente il loro quasi leader Veltroni quando sostiene il contrario. Ebbene, questi lacisti convinti, senza se e senza ma, sono prontissimi ad abbracciare religiosamente le lungimiranti politiche giudiziarie di Cotton Mather e di tutta la sua ghenga di aguzzini in cappellaccio floscio e scarpe con la fibbia: rivogliono forche e roghi, la lapidazione degli adulteri, i processi per stregoneria.

Esemplificativo quanto essi hanno espresso riguardo al necessario giro di vite in materia di intercettazioni (124.000 i cittadini italiani intercettati nel 2007. Circa 5.000 in Francia nello stesso periodo): «Se qualcuno non ha nulla da nascondere non dovrebbe temere di essere intercettato». Assunto pericoloso, al quale segue il corollario calvinista in base al quale tutti sono comunque colpevoli di qualcosa. Oppure, come parte della cosiddetta magistratura si ostina a sostenere: «Le intercettazioni sono uno strumento indispensabile, oltre ai collaboratori di giustizia, per il lavoro dei Pubblici Ministeri». Verrebbe quindi spontaneo pensare che chi gestisce il traffico delle intercettazioni da un lato e il mercato dei pentiti dall'altro abbia realmente in mano i destini non solo del potere giudiziario (quello effettivo, non più quello, ahimè, le cui competenze stanno scritte a chiare lettere sui nostri codici, ormai violati e pervertiti dalla prassi), ma anche del paese intero.

Ergo, essi pretendono di far nuovamente coincidere morale e diritto penale, cancellando con un repentino colpo di spugna oltre due millenni di civiltà giuridica, in barba al tanto declamato laicismo di cui si dicono portabandiera. Non solo: come se questa barbarica regressione giudiziaria non bastasse, stiamo pure diventando un paese dove alle due Camere espressamente previste dalla tanto venerata Costituzione se ne sono affiancate de facto altre due, ovvero la Corte Costituzionale e, guarda caso, il Consiglio Superiore della Magistratura, le cui ingerenze ed esternazioni, assai poco laiche invero, hanno davvero dell'inaudito o del drammaticamente surreale.

Purtroppo, una volta di più, risultiamo essere un paese senza memoria: nulla sembra essere cambiato da quel lontano 1983 che costò vita e reputazione all'innocente Enzo Tortora, massacrato ingiustamente in 5 anni di calvario giudiziario. Ancora oggi dovremmo chiedere conto al senatore Andreotti del perché e del percome sterilizzò il referendum promosso e stravinto da Bettino Craxi sulla responsabilità civile dei magistrati. Certo, comprendiamo perfettamente come per parte significativa dell'attuale opposizione il cavallo di Troia giudiziario sia l'ultima sponda, l'ultimo strumento rimasto per condurre alla bell'e meglio una battaglia politica che di politico non ha più nulla, una battaglia che non ha più alcun rapporto con la realtà, spesso drammatica, che il nostro paese si trova ad affrontare, una battaglia che, qualora fosse malauguratamente vinta, consegnerebbe le chiavi della nostra libertà e della nostra sovranità popolare in mano ad una masnada di carcerieri e ai loro pallidi e livorosi lacchè...

da "RAGIONPOLITICA.IT"

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mercoledì, 25 giugno 2008

Del pragmatismo millantato mi giustificherei con "qui si fa un gran parlare di matrimoni che non son miei"

Si fa un gran dire del nascere senza manuale d'istruzioni ma quello che ci occorrerebbe - mi occorrerebbe - davvero è sapere guardare alla realtà nella sua interezza. Se nel tragitto non perdessimo di vista quel puntino fisso che si assottiglia in lontananza , che è poi la realtà, se questa visone non venisse offuscata da fanfaronate da uomini moderni, che a dispetto di Camus preferisco pensare in altre faccende affeccendati oltre a pratiche fornicatorie e giornali, forse la navigazione sarebbe tranquilla e si eviterebbe di restare impligliati in affabulazioni dell'io narrante che c'è qui. uno scoglio come realtà dovrebbe aversi!!!!, anzi no, pardon il contrario, la realtà come scoglio prima di allantonarsi, e poi venga pure il mito,( sono un 'inguaribile romantica rammento a tutti), che è la realtà nella sua versione in divenire, sublimata , ma poi ogni mito conosce la sua nemesi e giunge l'ora di rientrare a casa e infilare la chiave nella serratura e girare in senso orario a doppia mandata - e in questo frangente una fervida cognizione del Vero, sono sicura, aiuterebbe.


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Perché a furia di cercare il cambiamento «ci perdiamo nei nostri sogni e ci riduciamo, come mi sto deperendo io, in solitudine e acqua, una parte di solitudine e cinque parti di acqua, come lo sciroppo nel succo di frutta, le stesse percentuali del succo di frutta, al diavolo il succo di frutta».

da "il Giornale" di oggi


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Sull’amore tutti se la intendono, sulla speranza è più dura

di Giuliano Ferrara

 

La lettera enciclica sulla speranza cristiana ha avuto l’effetto di una bomba intelligente e edificante. Ha centrato l’obiettivo, colpendo l’impalcatura autoreferenziale del razionalismo soggettivista incurante della urgenza di verità e di fede (troppo umana) coltivata dagli uomini, ma con autorevole dolcezza, senza fare vittime.
L’impressione è che partendo di lì, da una discussione adulta e non scontata, non inquinata dal correttismo e cioè dai luoghi comuni sul dialogo, e invece incline a una discussione effettiva, tra moderni secolaristi e moderni cristiani si possa ricostruire qualcosa di sensato.
L’enciclica sull’amore poteva essere assimilata dai secolaristi moderni senza troppi drammi e danni, e letta in modo automanipolatorio, perché il radicamento dell’amore nel problema della verità non è autoevidente, anzi.
Spesso l’amore, non l’agape cristiana, non l’eros cristiano, ma la cura degli altri e di se stessi come umanitarismo, si confonde con sentimentalismo e bontà delle intenzioni, con il nutrimento del desiderio e l’affermazione di un mondo di diritti che si autogiustificano nel diritto al benessere.
Ma con la speranza non si scherza. Come notava Péguy (il Foglio, venerdì 30 novembre), è una virtù bambina che trascina tutte le altre in una spirale teologale che è anche il culmine assoluto della filosofia, della vera filosofia viandante con tanto di bastone, e in un certo senso della vera religione, della vera fede, della nostra identità culturale radicale in quanto credenti o non credenti che appartengono al cristianesimo o ne dispongono come di un tesoro nascosto.
Ai primi vespri del tempo di Avvento, Benedetto XVI, citando il nullismo dell’ideologia pagana contemporanea, ha detto, presentando l’anno liturgico e l’enciclica: “Tutto perde di ‘spessore’. E’ come se venisse a mancare la dimensione della profondità ed ogni cosa si appiattisse, privata del suo rilievo simbolico, della sua ‘sporgenza’ rispetto alla mera materialità”.
A questa critica schiettamente filosofica, in cui la parola “sporgenza” spiega tutto quel che c’è da spiegare in termini di ragione e dall’interno della storia, Benedetto aggiunge quel che è suo, e che è cardinale nella funzione apostolica e nella libera fede della chiesa, cioè Dio: “L’uomo è l’unica creatura libera di dire di sì o di no all’eternità, cioè a Dio. L’essere umano può spegnere in se stesso la speranza eliminando Dio dalla propria vita”.
Programma troppo ambizioso e destinato al fallimento nella libertà, aggiunge il Papa, perché “all’umanità che non ha più tempo per Lui, Dio offre altro tempo”, il tempo liturgico dell’Avvento, e continua a rivelarsi” (attenzione! ndr) e a farlo “mediante la Parola e i Sacramenti”, “mediante la Chiesa” che “vuole parlare all’umanità e salvare gli uomini di oggi”, attraverso “questa luce che promana dal futuro di Dio” e che “si è già manifestata nella pienezza dei tempi” con l’avvenimento del Cristo morto e risorto.
Coloro che si sentono investiti da queste parole, da questa Parola, come da una minacciosa tempesta di vento in mare aperto, non hanno da preoccuparsi né da intristirsi, devono semplicemente rispettare le premesse laiche e secolariste della loro fede nell’immanenza, nell’autonomia dell’uomo e della storia, e domandarsi che cosa Benedetto abbia voluto dire, che cosa significhino per loro le sue parole su questa sostanza delle cose che si sperano e su questa prova di quelle che non si vedono che è la fede cristiana; domandarsi che cosa ha detto il Papa e quanto possa essere significativo, non che cosa avrebbero voluto sentirsi dire nella forma rassicurante di un compromesso o dialogo all’insegna dello scambio tra una modernità furbamente accolta e un’intemporalità, un’inattualità, un’eternità che giudica rinunciando a se stessa (è questa la pretesa che avanza con garbo Orlando Franceschelli, che conosco come storico intelligente e militante del darwinismo e pubblicista laico sufficientemente attrezzato, anche più di Scalfari, per leggere una lettera enciclica di argomento teologico, il Riformista martedì 4 dicembre).
Se l’ufficio della chiesa, sempre avida di riforme e aggiornamenti, è pur sempre “evangelizzare la storia dall’interno”, senza appartenerle interamente, e non piuttosto farsi convertire per inerzia dalle religioni immanentiste, ciò che mi sembra non solo vero da duemila anni compresi gli anni del Concilio Vaticano II, ma anche ragionevole e utile al mondo, compreso il mondo moderno e in specie esso, allora nasce o rinasce
la responsabilità dello spirito secolare: pensare, pensare se stesso, i propri approdi, le proprie certezze e incertezze, la propria idea di speranza, anzi la propria fede- speranza come sostanza, substantia, radicamento in ciò che si è più che opinione
su ciò che si è.
In molti si domandano molte cose, e dialogano.
Il pensiero cristiano, che da sempre è coscienza razionale del mondo e coscienza credente nel sopramondo incarnato, nel “plusvalore” del cielo (come scrive Benedetto), nell’àncora lanciata in tempesta verso il trono di Dio, nella stretta di mano del Padre e nella sua fedeltà, si permette il lusso di offrire risposte.
Criticarlo e respingerlo è possibile, ovviamente, ma non più, nel tempo che viviamo, in nome dell’affettazione del dubbio, ponendo mere questioni di metodo. Il libro di Sofri, che sto leggendo, gira intorno al problema della risposta, intanto su chi è il mio prossimo, poi si vede, e gira con efficacia e costrutto senza naturalmente trovarla. D’Alema, parlando con gli studenti, fa il suo giretto. E Bertinotti il suo aggraziato passo di danza, presentando un libro su Giovanni Paolo II.
Abbiamo passato l’estate a chiedere appunti per il dopo, e cioè: che cosa sperate?
Torniamo a farlo. Io speriamo che me la cavo è una risposta tenera, terrestre e non necessariamente pedestre, ma palesemente insufficiente.
La storia e lo spirito assoluto del reale razionale hanno smesso di parlarci, con il Novecento e oltre. Questo mutismo dei tempi la chiesa lo registra e contrattacca. Un argomento, per cortesia, che parli di una qualche sostanza inattaccabile dalla fede e sia prova di cose che si vedono. Provate a vedere se vi riesca. Grazie.

(da "Il Foglio")

 


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giovedì, 19 giugno 2008

purchè ci siano i fichi d'india

19 giugno 2008

Compianto per lo scrittore meridionale semimorto. Al Premio Strega hanno bisogno di sparring partner la cui estrema macilenza valorizzi, per contrasto, i modesti muscoli dei vincitori annunciati. Dove trovare le vittime designate? Ovviamente al sud, dove i romanzieri non sanno come smaltirli: nessuno li legge, nessuno li considera, rischiano di finire ammucchiati per le strade come sacchetti di spazzatura. L’importante è che abbiano un nome meridionale, tipo Giuseppina, o una parola meridionale nel titolo, tipo “cafoni” o “Vico”, o un editore meridionale che non conta nulla, tipo Manni, o una protagonista meridionale, magari calabrese, studentessa che langue fuorisede senza soldi e senza amore, o un’ambientazione meridionale ma che sia meridionale davvero (l’Abruzzo non va bene, troppo a nord, meglio la Sicilia o il Salento, e assolutamente ci devono essere i fichidindia). Lo scrittore meridionale semimorto è colui che vegeterà nel rimpianto per il resto dei suoi giorni. Gli sarebbe bastato così poco, solo la metà dei voti che gli erano stati promessi, per entrare in cinquina e poi forse arrivare terzo. Povero, povero, povero scrittore meridionale!

di Camillo Langone


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mercoledì, 18 giugno 2008

Che inficia il suo dipanarsi sull'asfalto....

Dunque alla fine quel treno l'ho preso , per tornare a casa mia , e chissà... chissà e basta per ora.

torno e sò -  oltre che non è consigliabile legare il borsone al manico del trolley perchè regolaramente le sue cinghie tendono a sganciarsi deposirando il borsone a terra e turbando inesorabilmente  l'equilibrio del trolley che così arranca - me ne vado dicevo, ma sapendo che stavolta ho un' amica, anzi ho già un pò di nostalgia delle chiacchierate folli più o meno a quest'ora  con spropositate citazioni dei nomi di borse chanel e storie di moda e di vita varie e silenzi e risate e arte di ascoltare e assecondare perfio quando si parla di una fontana che mi ritrae in posizione araldica, sei mia amica per questo e molto altro ancora, autenticamente e poi lo sai sono malinconica soprattutto ou coucher du soleil, così in definitiva Saretta mia: ti voglio bene e ci vediamo presto.


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martedì, 17 giugno 2008

SUBLIME SUBLIME, DAL FOGLIO DI OGGI

17 giugno 2008

Avete presente i vecchi rimbambiti che parlano da soli? Ecco, l’altro giorno a me è successo di parlare con la televisione, “Buonasera”, ha detto il tizio, e io “Buonasera”. La maggior parte del tempo mi annoio, i momenti più divertenti sono quando mi pianto in piedi da solo in mezzo alla stanza per rispondere a voce alta ad accuse che per la verità nessuno mi ha mai rivolto. Ho una tosse banale, un mal di schiena banale, la prostata no, quella ce l’ha Duccio, faccio sempre le stesse analisi, sempre alla stessa ora del mattino, un ascesso che mi viene sempre nello stesso punto, che arriva, se ne va, ritorna, scompare, mi sono ridotto, l’altra sera, a sperare che me ne venisse un altro un po’ a sorpresa. Leggo i giornali. Leggo Scalfari, Colombo, leggo qualche altra minchia di mare che mi rivela come ci troviamo alla vigilia del fascismo, di un terremoto della democrazia, della scomparsa delle istituzioni, di un’ondata di vaiolo, della spagnola che preme alle porte e mi dico, da solo, magari.

di Andrea Marcenaro


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domenica, 15 giugno 2008

Amie

e prendi un treno che va chissà dove

 e chiedi alla luna quanto costa la vita

e non c'è niente di casuale

e quello che è perso l'avresti perso comunque

e niente di quello che fai può pulire  le mani da questo dolore

 e non basta chiedere aiuto

 proprio non basta gridare aiuto

non puoi aiutare chi non può essere aiutato

e quello che resta, adesso 

è una risata di un tempo felice 

che risuona ancora

come l 'eco infinita dentro alla vita che si consuma

 e Sta per finire.

E non c'è niente di casuale .


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DESISTERE

si può smettere di fare una cosa, voglio dire di pensare desiderare e agire in modo tale perchè è connaturata al tuo stesso modo di essere anche quando ciò non si dovrebbe? si può smettere di anelare quello che compone  la tua stessa sostanza quando essa è tuttavia impossibile da raggiungere? sembrerà un ossimoro ma ammesso che non sia cosi, cosa è più è opportuno fare se nel continuare a cercare quello che non è dato avere, OLTRE A ESSERE  CIò IL PRESUPPOSTO DEL TUO ATTUALIZZARSI è ANCHE LA SORGENTE DELL ' AUTODISFACIMENO? E MEGLIO LASCIAR PERDERE PER PRESERVARE ANCHE LA PARVENZA DI UNA SUPPOSTA SANITà MENTALE O ANDARE INCONTRO ALLA FOLLIA CHE TUTTAVIA NON SPEGNE LA FIAMMA?

postato da: margot86 alle ore 22:16 | link | commenti (2)
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